Morti in mare, attesi a casa

Morti in mare, attesi a casa
L’immagine del cadavere di un migrante incastrato tra i tubolari di un gommone e lasciato per giorni alla deriva nel Mediterraneo, scattata dalla Seabird (l’aereo della Ong SeaWatch), sta scuotendo la politica. Dall’inizio dell’anno alla metà di giugno l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) ha contato 248 migranti morti e scomparsi in questo tratto di mare. L’Oim ne stima di più: 347 deceduti nel 2020. Da almeno un decennio, alcune famiglie tunisine si battono per sapere dove siano i loro figli, fratelli, cugini salpati verso l’Europa. L’approfondimento nel terzo numero de lavialibera.

Zarzis, porto a Sud Est della Tunisia. La capitale Tunisi è a quasi 500 chilometri di distanza, la Libia a 75, Lampedusa a 260 chilometri di mare. Non è il punto migliore da cui salpare verso l’Europa, come lo sono alcune città più a Nord come Sfax o Soussa, eppure dal 2011 molti migranti africani sono partiti da qui. E alcuni ci sono tornati, ma morti. A Zarzis un pescatore e volontario della Mezzaluna rossa, Chamseddine Marzoug, da anni recupera i cadaveri di questi naufraghi e dà loro una sepoltura. Ha creato il cimitero degli sconosciuti dove sono stati sepolti più di quattrocento corpi, corpi che nessuno reclama. È una piccola parte del grande numero di migranti scomparsi o morti attraversando il Mediterraneo.

Chamseddine Marzoug da anni recupera i cadaveri di questi naufraghi e dà loro una sepoltura. Ha creato il cimitero degli sconosciuti dove sono stati sepolti più di quattrocento corpi

Il 9 giugno, al largo di Sfax, è affondato un barcone: di 53 passeggeri, quasi tutti provenienti dall’Africa subsahariana, ne sono morti 39. Il 13 giugno al largo di Zawya (Libia) altro naufragio: dispersi dodici passeggeri, denunciano l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim, collegata alle Nazioni unite) e Alarm Phone, linea telefonica a cui possono rivolgersi i migranti in emergenza durante la traversata. Dall’inizio dell’anno alla metà di giugno l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) ha contato 248 migranti morti e scomparsi. L’Oim ne stima di più: 347 deceduti nel 2020. Dal 2014, anno in cui è cominciato il progetto Missing Migrants, sarebbero stati più di 20mila i deceduti. Questa soglia è stata superata a maggio: “Il fatto che abbiamo raggiunto questo nuovo tragico traguardo rafforza la posizione dell’Oim secondo cui è urgentemente necessario aumentare la capacità di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo”, ha dichiarato in quell’occasione Frank Laczko, direttore del Centro di analisi dei dati sulla migrazione dell’Oim. Una capacità che è stata ridotta negli ultimi anni.

I cambiamenti delle politiche italiane ed europee

“Negli ultimi mesi nel Mediterraneo centrale si sono registrati pochissimi morti e dispersi – spiega a lavialibera Matteo Villa, ricercatore dell’Istituto di studi di politica internazionale (Ispi) che dal 2015 studia la crisi migratoria in quest’area –. Il monitoraggio è più difficile da un paio di anni. La “zona grigia” del non-monitoraggio si è allargata da quando, nel giugno 2018, abbiamo dato la responsabilità della zona Sar (Search and rescue, ricerca e salvataggio, ndr) del mare libico ai libici. Dal luglio 2018 non ci sono più stati i salvataggi della missione Sophia e dal marzo 2019 gli Stati europei hanno decretato la fine della missione navale, diventata soltanto aerea e satellitare”. Di mezzo ci sono i cambiamenti delle politiche italiane ed europee: “Prima che ci fosse Marco Minniti al ministero dell’Interno c’era una media di 17mila partenze al mese con un tasso di morti e dispersi del 2 per cento. Dopo la strategia di Minniti, la media è scesa a 4.700 partenze al mese con lo stesso tasso. Durante il primo governo Conte, con Matteo Salvini ministro, si è ridotta ulteriormente a 1.900 partenze al mese, ma il tasso di morti è salito al 6 per cento: i viaggi erano più pericolosi”. “Ogni anno – sosteneva Laczko a maggio – sempre più famiglie vengono lasciate in uno stato di incertezza, senza sapere se la persona amata è morta o viva”.

Tunisia, dieci anni di ricerche delle famiglie degli harraga. Lo sanno bene alcune famiglie tunisine. Da almeno un decennio si battono per sapere dove siano i loro figli, fratelli, cugini salpati verso l’Europa. Giovani tra i venti e i trent’anni, spesso disoccupati e provenienti dalle città più povere della Tunisia nell’entroterra, partiti in barca senza documenti in regola. «Harraga» vengono chiamati in Maghreb, letteralmente “quelli che bruciano”, espressione usata per indicare i migranti irregolari, i “clandestini”. I numeri ufficiali parlano di circa 500 giovani dispersi i cui dossier sono stati consegnati al ministero degli Affari stranieri a Tunisi, ma sono molti di più. Le famiglie credono che siano sbarcati in Sicilia: hanno trovato immagini dei media e raccolto le testimonianze dei compagni di viaggio rintracciati in Italia. Talvolta questi harraga sono finiti nei centri d’accoglienza, dopodiché non si sa più nulla. Il pensiero più spaventoso è che siano stati fatti sparire dalle autorità italiane, come accadeva ai desaparecidos argentini, ma non esistono prove a riguardo.

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Alcune associazioni tunisine da anni sostengono i familiari nelle loro ricerche. Una si chiama Association recherche disparus, encadrement prisoniers tunisiens à l’etranger: “Ardepte è nata nell’agosto 2011 dopo la rivoluzione”, spiega a lavialibera la fondatrice, Halima Aissa. Tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011 le proteste dei cittadini – la cosiddetta “rivoluzione del gelsomini” – hanno portato alla fine della presidenza di Zine El-Abidine Ben Ali, al potere da ventitré anni. Questo cambiamento ha dato ai tunisini più libertà, sia di partire senza documenti (i controlli erano diminuiti), sia di manifestare: “Le famiglie hanno cominciato a cercare i propri figli partiti negli anni precedenti. Prima era molto difficile”, continua la donna. Le loro ricerche si sviluppano in due direzioni. Una porta verso il Medio Oriente e, ad esempio, l’Iraq, dove era andato suo figlio: “Molti tunisini erano andati lì per l’istruzione, le scuole, per insegnare o per lavorare. Abbiamo potuto trovare alcune informazioni e abbiamo trovato alcune persone scomparse. Alcuni erano tenuti prigionieri”. Talvolta alcuni sono stati accusati di essere entrati in organizzazioni terroristiche islamiste come Al Qaeda. 

L’altra direzione, invece, porta a Nord, in Italia, tappa di transito per migliaia di giovani ancora oggi: “Ci sono problemi economici e politici, più forti di prima. La disoccupazione è un problema enorme: molte aziende hanno smesso di lavorare e i giovani non hanno più salari – illustra Aissa raccontando la vita in Tunisia durante la pandemia –. Diventa uno stato psichico: di recente alcuni giovani sono morti per aver bevuto alcol alterato con metanolo. Quando abbiamo mani, tasche e testa vuote, questo è quello che succede. E allora alcuni pensano che sia meglio rischiare, prendere la via del mare”. 

Dopo la rivoluzione dei gelsomini “circa 40mila persone sono uscite dalla Tunisia. In quel momento c’era una grande ondata in uscita – racconta Imed Soltani che nel 2013 ha creato l’associazione Terre pour Tous –. Sapevamo che i nostri figli sarebbero partiti per andare in Europa e cercare fortuna”. Due figli dei suoi fratelli erano tra quei giovani harraga di cui non sono state trovate tracce. Per questa ragione ha cominciato a protestare sotto le sedi dei ministeri o dell’ambasciata italiana a Tunisi: “Ho trovato altre famiglie come la mia. Allora abbiamo fatto un gruppo per cercare insieme”. Finora l’impegno di Soltani e delle famiglie non è stato ripagato: nonostante siano riusciti a documentare l’arrivo dei loro cari grazie alle immagini e alle testimonianze, le autorità italiane e tunisine non hanno dato risposte esaurienti. Grazie ai contatti con alcune associazioni italiane, tra cui Arci, l’associazione aveva depositato delle denunce alla procura di Agrigento e incontrato l’allora commissario straordinario del Governo per le persone scomparse, il prefetto Vittorio Piscitelli. Dal 2014 questo ufficio del governo  – insieme al Laboratorio di antropologia e odontologia forense (Labanof) dell’Università di Milano – si dedica anche all’identificazione dei cadaveri dei migranti naufragati. Il dna recuperato dalle salme viene incrociato con i profili genetici dei presunti parenti trovati dal Comitato internazionale della Croce rossa sulla base dei documenti eventualmente trovati sui corpi. Un lavoro molto lungo e complesso. 

Soltani non ha ottenuto le risposte che cerca e non ha più fiducia nelle istituzioni. Il tornante è stato il 7 settembre 2012, quando una barca con 135 persone a bordo è naufragata vicino all’isolotto di Lampione, non lontano da Lampedusa: “Settantasei persone sono morte. I superstiti dicono che erano passate delle barche e un elicottero, ma non sono intervenuti. Prima della rivoluzione pensavo che l’Italia e l’Ue fossero democratiche, rispettose dei diritti dell’uomo, ma in questo caso l’Italia non ha salvato delle persone. Non posso vivere in un mondo che permette questo. Allora ho deciso di lottare. Quando muore un migrante, muore tutta la sua famiglia e i suoi amici. Dietro di loro ci sono molte persone che aspettano”.

“Quando muore un migrante, muore tutta la sua famiglia e i suoi amici. Dietro di loro ci sono molte persone che aspettano” Imed Soltani – fondatore dell’associazione Terre pour Tous

L’internazionale delle famiglie dei dispersi

Le lotte delle due associazioni tunisine passano anche attraverso i loro contatti internazionali. Ad esempio, Ardepte e Libera hanno dato vita al progetto “Memoria Mediterranea” per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla tratta di esseri umani e sostenere le famiglie degli scomparsi. “Nel 2017 abbiamo partecipato anche una carovana migrante in Messico – dice Soltani – a cui hanno aderito anche alcune madri di ragazzi dispersi. Le madri si sono parlate per darsi delle speranze. Le donne messicane ci hanno spiegato come lottare insieme, hanno più idee. Abbiamo fatto un coordinamento e faremo delle manifestazioni”.

Le esperienze delle due associazioni tunisine non sono le uniche del loro genere. Il 6 febbraio scorso familiari e amici di dispersi, migranti respinti alle frontiere e riportati indietro, attivisti per i diritti umani e operatori umanitari si sono incontrati per una giornata di ricordo e lotta chiamata “CommermorAction”, avvenuta in contemporanea a Oujda (Marocco), Agadez (Niger), Bamako (Mali), Sokodé (Togo), Yaounde (Camerun) e alcune città europee come Ceuta, in Spagna, luogo di approdo. L’intenzione degli organizzatori viene chiarita sin dal gioco di parole nel nome dell’iniziativa, una commemorazione e un’azione insieme. “Trasformare il nostro dolore in azione collettiva”, è scritto nella dichiarazione letta agli incontri. “Siamo quelli che trovano resti umani nel deserto e nel mare, che tentano di identificare nelle diverse zone frontaliere, che danno ai corpi un nome e una sepoltura degna”, legge ad Agadez Moctar Dan Yaye, portavoce di Alarme Phone Sahara. “Lottiamo insieme contro le frontiere che li hanno uccisi e fatti sparire. Già da tempo stiamo affrontando morti e sparizioni di esseri umani alle frontiere esterne dell’Europa, nel Mediterraneo, nel Sahara o nei centri di detenzione europei ideati per dissuadere le partenze”. È urgente “mettere fine a questo massacro continuo provocato dalle regioni frontaliere dell’Europa e una delle nostre ragioni per essere attivi insieme in una lotta a lungo termine per la libertà di movimento e la giustizia mondiale”.

Per questo lancia denunce precise: “Accusiamo gli autori degli omicidi, i governi che decidono di restringere gli itinerari e dissuadere i migranti in tutti i modi possibili. Con l’esternalizzazione delle frontiere europee, i Paesi africani diventano sempre più le guardie di frontiera dell’Europa, per questo abbiamo bisogno di una forte mobilitazione dei militanti migranti sul campo”. Le mobilitazioni, spiega ai presenti, sono programmate quel giorno anche nel Vecchio continente: “Dobbiamo riportare la violenza alla fonte, al cuore dell’Europa”.

veronulla