Morisi: vizi privati, senza pubbliche virtù

Morisi: vizi privati, senza pubbliche virtù
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Caso Morisi. Certo che dopo le inchieste di fanpage.it sulle destre e l’assalto squadristico alla sede nazionale della CGIL, scrivere ancora di quell’episodio, che ha visto come protagonista l’ideatore della Bestia di Salvini, può apparire in ritardo sulla drammaticità del momento. Ma l’obiettivo di questo articolo non è stigmatizzare una persona che ha scelto di usare una sostanza psicotropa, o condannare le sue legittime scelte sessuali, magari descrivendo come degenerate le persone con cui ha scambiato dei gesti d’amore e la ricerca di piacere. Obiettivo di questo articolo è evidenziare alcune questioni, che poco hanno a che fare con quelli che vengono definiti comportamenti devianti e tanto hanno a che fare con una cultura politica informata da una espressione antropologicamente tanto suggestiva quanto precisa: la faccia di bronzo, o faccia tosta o, più raramente, la faccia invetriata, caratteristica di chi non si vergogna di nulla. Troppi politici della lega, e troppi giornalisti delle testate di destra, hanno adottato lo stile faccia di bronzo, scegliendo di mentire senza scomporsi, di minimizzare, di addurre giustificazioni a sfondo psicologico sulle fragilità esistenziali irrisolte del protagonista. Postura che ha consentito di descrivere Morisi come una vittima, e i due ragazzi con i quali si accompagnava come i veri responsabili. “Svolta nel caso Luca Morisi, ora si indaga sul ricatto. (…) nel mirino i due escort romeni”: così titola il 9 ottobre ILTEMPO.it, chiamando affettuosamente il leghista con nome e cognome, mentre i due romeni sono (e come poteva essere diversamente?) escort e ricattatori. Il giorno prima, l’8 ottobre, Libero.it titola: “Luca Morisi, l’escort rumeno confessa: Lui una brava persona. La droga? Nostra.”. Insomma, tutta colpa di due gay a pagamento. Questo modo di uscire da una situazione indesiderata, in psicologia sociale ha un nome: tentativi di riduzione della dissonanza cognitiva. Il termine, introdotto da Leon Festinger, descrive quel sentimento che insorge in un individuo quando si rende conto di avere pensieri, convincimenti e comportamenti antitetici: insomma, quando ci si rende conto di essere in contraddizione. Come se ne esce? Festinger indica una gamma di possibili soluzioni, ma non è questa la sede per elencarle. Resta il fatto che se una forza politica ha espresso uno strumento di propaganda come la Bestia, che nel tempo (tra le altre cose) si è accanita contro i migranti e i consumatori di droghe e che, come afferma Ilaria, ha sbranato l’intera famiglia Cucchi, non se la può cavare buttando il pallone in tribuna. Aspettiamo di conoscere se il consumo personale di Morisi in futuro per i leghisti varrà quanto quello di un diciannovenne del Pigneto, se le fragilità esistenziali irrisolte possono essere assunte come motivazioni solo per i digital philosopher o anche  per le tante consumatrici che si sbattono alla ricerca di un lavoro e di un reddito che dia loro cittadinanza. Aspettiamo di conoscere se, ancora oggi  «La civiltà gay ha trasformato la Padania in un ricettacolo di culattoni» ( Calderoli, Vanity Fair 13/6 2013), o se la “corrente Mykonos” di cui parla il senatore Pillon, riporterà più equilibrio nella tematizzazione della Lega in tema di diritti civili.

Infine, una questione che riguarda tutti i media italiani, e attiene al termine stereotipo, che  in materia di stupefacenti abbondano: uno di questi è indicare il GHB, sodio oxibato, come la “droga dello stupro”.  In verità, vale la pena ricordare che migliaia di italiani con disturbo da uso di alcol ricevono presso i Ser.D. un farmaco a base di sodio oxibato che, associato a interventi psicosociali, consente loro di affrontare la loro dipendenza o di controllare il loro consumo.  Con una padella si possono uccidere i parenti, ma di solito ci si cucina. E nessuno chiama la padella “l’utensile assassino”.

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veronulla