Droghe e politica. L’estinzione dello ‘spazio civico’

Droghe e politica. L’estinzione dello ‘spazio civico’
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Come movimento che lotta per una profonda inversione di tendenza delle attuali politiche sulle droghe, da tempo facciamo i conti con l’estrema difficoltà di mettere il tema all’interno dell’agenda politica, e più ancora di farlo aprendo un discorso in cui esperienza e conoscenza siano riconosciute e abbiano un qualche ruolo. Non è una questione di carenza di attivismo: gli ultimi anni hanno visto il movimento più che mai vivo e produttivo. Ma condividiamo con tanti altri movimenti sociali il tema, epocale, della crisi del rapporto con la politica istituzionale, insieme a quello, a sua volta politico e non ‘tecnico’, del rapporto tra politica e sapere, conoscenza, ricerca. Nel campo delle droghe, ciò che in Italia di fatto funziona è un lobbismo opaco, episodico, disordinato, da cui il movimento di riforma è sostanzialmente escluso, in primis per attitudine culturale. Fanno eccezione poche sedi che, tranne rari casi virtuosi, sono però tavoli che includono il terzo settore nella sua veste ‘tecnica’ di provider di servizi. Che sono importanti, ma non è questa la giusta definizione di società civile, come ci ricorda il ‘Libro Verde sul ruolo della società civile nella politica in materia di droga’ della UE (2006), che dà la definizione ampia di società civile come vita associativa che si esercita nello spazio tra lo Stato e il mercato, incluse le iniziative individuali, e le attività delle organizzazioni non governative, di volontariato e comunitarie.

Il CSFD – Civil Society Forum on Drugs – che tra il 2021 e il 2022 ha prodotto sia una ricerca sullo stato della partecipazione della società civile europea ai processi decisionali, sia la elaborazione di quality standard della partecipazione, precisa che si parla prima di tutto dei protagonisti e delle loro organizzazioni (persone che usano droghe, utenti dei servizi, con attenzione a specificità quali genere, etnia ecc); ricercatori ed esperti; operatori; associazioni per i diritti; associazioni non governative, realtà comunitarie. Secondariamente, in accordo con la Strategia EU sulle droghe, le realtà sociali partecipano a tutto il processo politico-decisionale: disegno, attuazione, monitoraggio e valutazione. Dunque, sia sotto il profilo degli attori che di quello delle aree di competenza, non è grazie a un tavolo tecnico sull’accreditamento che si risponde alla domanda partecipativa. Il CSFD affronta anche il tema del processo: indicatori come trasparenza, equilibrio, accessibilità, pubblicità di procedure e esiti ci ricordano come in Italia siamo al punto zero. Anche se il nodo è politico (il Parlamento europeo pochi mesi fa ha lanciato un allarme sul progressivo restringimento dello spazio civico), e non si risolve con una ingegneria burocratica della partecipazione, quello di un processo stabile e trasparente nella relazione con i decisori è un terreno che non va abbandonato.

È dal 2008 (Consulta e comitato scientifico, ministro Paolo Ferrero) che non c’è una sede di confronto e co-programmazione. Ha rotto questa continuità negativa il processo costruito per la VI Conferenza nazionale, pieno di limiti quanto si vuole, ma capace, proprio grazie a una forte presenza sociale e professionale, di mettere in agenda prospettive e proposte altrimenti impensabili. Ma è stato un episodio, non l’esordio di un sistema, che l’orizzonte politico attuale rischia di destinare a morte certa. Dobbiamo essere capaci di rilanciare: ministeri, conferenza delle regioni, comuni, DPA (dov’è finito l’impegno previsto all’art. 6 del DPCM del 2018 per la selezione “secondo criteri oggettivi e trasparenti” delle associazioni consulenti dell’Osservatorio del Dipartimento Politiche Antidroga?), devono negoziare con la società civile sedi stabili, trasparenti, accessibili e con compiti espliciti.

La documentazione citata:

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