Afragola, clan e politica campano sugli abusivi

Afragola, clan e politica campano sugli abusivi
C’è un incrocio di strade, sopraelevate, ponti con le case popolari sullo sfondo. A destra il guard-rail è circondato da rifiuti smaltiti sul bordo di questa arteria di provincia in attesa dei fuochi estivi e delle colonne di fumo nero. Siamo arrivati ad Afragola, a Nord di Napoli, oltre 60mila abitanti. Qui ogni dettaglio è un ritaglio del quadro di insieme. In questo territorio i Moccia, clan egemone, vengono descritti come padroni assoluti, capaci di costruire una classe imprenditoriale e avere rapporti strutturali con la politica, investire in Italia e all’estero. Tra i più potenti e allo stesso tempo ignorati clan della Campania. Un clan che a sentire gli avvocati e, ovviamente, i boss neanche esiste.

Abusivi per sempre

Francesco De Stefano era un imprenditore. È stato condannato perché a disposizione del clan. Era vittima dei Moccia prima di diventarne complice. La sua casa è confiscata in via definitiva, ma la occupa ancora. “Mio padre è abusivo, ma presto libererà l’appartamento”, spiega Vincenzo, il figlio. Fa il consigliere comunale, eletto a sostegno della maggioranza di centrodestra. Lui stesso ha una casa intestata e confiscata in via definitiva, apparteneva al patrimonio sottratto al padre. La giunta comunale, eletta anche con i suoi voti, ha chiesto all’Agenzia dei beni confiscati di acquisire l’immobile. Soltanto oggi, ma mai in passato, la situazione ha imbarazzato la giunta e i suoi sponsor romani. Ora Vincenzo è uscito dalla maggioranza: “Voto secondo coscienza”.

Il sindaco si chiama Claudio Grillo. Ha un record personale: si è dimesso due volte e due volte ha revocato le dimissioni. Di mestiere fa l’imprenditore. Ha vinto nel 2018 le elezioni comunali. A festeggiare c’era Vincenzo Nespoli, ex sindaco ed ex senatore, condannato il 26 febbraio a otto anni in primo grado per bancarotta e riciclaggio. Nespoli viene considerato il “fautore” della vittoria, vicino alla Lega di Matteo Salvini. “Nespoli? Si possono accettare anche consigli da Nespoli. La sentenza? Tutto può creare imbarazzo, però ci sono i tre, quattro gradi di giudizio”, spiegò Grillo al cronista allungando i tempi della giustizia. Non va meglio quando gli si chiede un pensiero sui Moccia: “Guardi non penso, non faccio né il giudice né l’indagatore”. 

A brindare per la vittoria c’era anche Pina Castiello, in passato vicina a Nicola Cosentino (ex politico di centrodestra ritenuto vicino al clan dei Casalesi, condannato in via definitiva per corruzione e in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, ndr), poi passata al partito padano e sottosegretaria nel primo governo Conte. Castiello era presente quando nel gennaio 2019 l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini arrivò ad Afragola e promise fuoco e fiamme contro le occupazioni abusive nel quartiere Salicelle: “Spero che nessuno scenda in piazza per difendere gli occupanti abusivi. Dobbiamo schifare chi ruba i diritti. Basta occupazione abusiva di alloggi”, disse il leghista. Si concesse anche al baciamano di un fan. Di quella visita si ricorda poco oltre le parole rimaste tali. Un quartiere, Salicelle, dove ci sono 1200 alloggi popolari. Attraverso il ricatto dello sgombero è da sempre un enorme bacino elettorale. Fu costruito dopo il terremoto del 1980. Dovevano essere alloggi provvisori. Dovevano.

La parole di Salvini turbarono gli animi di molti. Nel palazzo dei Barbato-Bizzarro, famiglia criminale legata ai Moccia, quelli liberi reagirono così: “Abbiamo occupato la casa, mio padre è carcerato, siamo nove. Quando vengono a prendersi i voti siamo buoni, abbiamo votato il sindaco e Castiello che è andata a Roma con il consenso delle Salicelle. Io apro la bombola e faccio saltare in aria polizia, caschi verdi, caschi gialli”. A distanza di un anno e mezzo cosa soltanto una delle case dei Barbato è stata murata, gli altri sono rimasti da occupanti in altri appartamenti. Ma mica solo loro. “Ho fatto i miei sbagli, sono stato condannato per reati di associazione mafiosa, non pago il comune da anni e qua resto”, ci racconta un inquilino. Nelle carte del comune ci sono decine di occupanti con precedenti penali, anche per associazione mafiosa, che non potrebbero stare. Nonostante la legge lo vieti, restano nelle case perché le mogli risultano inquiline.

Molte delle 1200 case popolari costruite alle Salicelle dopo il sisma del 1980 sono occupate. I politici minacciano sgomberi pur di ottenere voti

Si cammina in mezzo a pollai di fortuna, tra capre e sale giochi abusive. “Fino a qualche mese fa – racconta un abitante – trovavi anche una vasca per anguille. Qui c’è l’abusivo buono e quello cattivo, molti sono ricattati dalla politica che usa lo sgombero o l’occupazione per prendere voti. Però parlate anche di chi paga regolarmente ed è abbandonato”. Nei palazzi che non hanno ascensori, o sono rotti, ai piani alti vivono persone che non deambulano. Ovunque ci sono rifiuti e incuria. Qui i meno protetti sono i bambini. In uno dei palazzoni ci accoglie una signora. “Sono disoccupata, ho sei figli e adesso ho chiesto l’affido di altri due bambini. I genitori hanno problemi a tenerli”. 

Qui sono nate realtà associative che offrono sostegno e aiuto. Molto è cambiato negli anni e anche in meglio, ma resta una sofferenza sociale che meriterebbe una risposta più ampia. Da quel gennaio gli sgomberi sono stati cinque su centinaia di occupazioni abusive. Anche sul numero delle occupazioni c’è incertezza. Lo stesso sindaco prima ne fornisce uno, poi un altro prima di dare quello definitivo o presunto tale: “Sono 205, molte sono in corso di regolarizzazione”.

I dissociati nella città delle bombe

Succedono cose strane ad Afragola dove gli attori abituali sono mischiati e il bianco si confonde con il nero e sembra il grigio il colore prevalente. La città convive con le bombe che distruggono negozi: nove in un mese nel 2019 e una nel 2020.

A inizio anno, prima che l’Italia scoprisse il Covid, sono apparsi manifesti bianchi con scritta rossa e una firma inequivocabile: Antonio Moccia. Nei manifesti, autorizzati dagli uffici municipali, viene rivolto un invito ai commercianti e ai cittadini “massacrati ogni giorno da estorsori che minacciano i nostri affari e che rovinano con la droga i nostri figli”. L’invito a denunciare. Moccia precisa un particolare: spesso il pizzo viene chiesto per conto e a nome della nota famiglia. “Ho anche scoperto che più volte spendono il nome mio e quello della mia famiglia; vi invito a denunziare tutti i colpevoli e se vengono falsamente a nome della mia famiglia ancor più immediatamente”.

“È una strategia della famiglia. Già hanno fatto così in altre occasioni. Comandano sempre loro. Moccia Antonio è il capoclan”, spiega un ex affiliato al clan. Antonio Moccia, fratello del capo-clan Luigi, confinato al 41 bis, fa appello a denunciare. Ma non basta, se chiedi ai Moccia ti spiegano che loro non sono un clan, non sono camorra, non sono. Si sono eclissati. “Una strategia criminale”, la definisce l’ex affiliato che oggi collabora con la giustizia, quella di inabissarsi per continuare a comandare. In fondo proprio i Moccia hanno concepito e praticato la dissociazione, nessun pentimento, ma resa allo Stato.

Lo scorso dicembre lo stesso messaggio è arrivato dal fratello di Antonio e Luigi, Angelo, detto Enzuccio. A il Mattino ha spiegato che “il clan non esiste più da anni”, che “vive all’estero, lavora nel settore alimentare” e che è dovuto andare via da Roma perché si “era ipotizzato una nostra influenza sulla realtà criminale”. Come il fratello, il pluriomicida Enzuccio ha lanciato l’appello: “A chiunque si trovi a ricevere richieste di pizzo, ad Afragola come altrove, dico di andare subito a denunciare”. In realtà la storia dei Moccia non è archiviata, anzi è un clan potente e radicato secondo la Direzione distrettuale antimafia partenopea e le sentenze di questi anni. A inizio dicembre l’ultima retata: “Decapitato il clan Moccia”, hanno titolato i giornali. In carcere sono finiti quelli che procura e gip considerano i capi liberi dell’organizzazione, a partire da Renato Tortora, in cella per associazione mafiosa, “referente territoriale – si legge nell’ordinanza di custodia cautelare – dell’articolazione territoriale del clan Moccia”. I Tortora erano impegnati a mantenere gli associati, sia quelli liberi, sia le famiglie dei detenuti, con le estorsioni. Ma perché prima Enzuccio e poi Antonio mandano quei messaggi? Secondo un inquirente “temono nuove retate e, soprattutto, nuovi pentimenti visto che in carcere nessuno vuole stare”.

Se Luigi è in carcere al 41-bis, Enzuccio è dissociato e fa l’imprenditore, Antonio è libero, ma viene indicato dai pentiti come il vertice del clan. Accuse che Antonio respinge, anche se su di lui pende un processo per associazione mafiosa iniziato nel 2011 e fermo al primo grado di giudizio. I suoi uomini sono stati condannati nel 2016 a pene pesanti, la sua posizione è stata stralciata e il processo è ancora in corso.

I pentimenti che mettono in imbarazzo il clan

Nuovi pentimenti stanno mettendo in imbarazzo il clan. Durante il processo per camorra davanti al tribunale di Napoli, Antonio Moccia ha reso dichiarazioni spontanee: “Mi è arrivato un messaggio che fa riferimento alla scelta di un uomo di collaborare con la giustizia, questo messaggio sta facendo il giro della mia città (…). C’è chi sostiene che questo soggetto si sarebbe pentito nel timore che io lo ammazzassi, si tratta di una menzogna dalla quale prendo le distanze, e sui cui chiedo che ci sia una verifica immediata della procura”. Quel pentito si chiama Michele Puzio e se parla e racconta tutto crolla un sistema di potere. Ed è bello pesante, non risparmia nessuno: “Forse non hai capito chi sono i Moccia – conclude l’ex affiliato che collabora con la giustizia -. Io me li ricordo quando gli mandavano i cavalli e i cani di pregio, arrivavano dagli Stati Uniti e da personaggi famosi. Sono i più potenti, ma ignorati”.

Il tempo scorre. Lentamente. Il sindaco è rimasto al suo posto, gli abusivi pure, Antonio Moccia è libero e sotto processo, i pentiti parlano e la famiglia trema. Intanto in Parlamento nessuno ha mai chiesto l’invio di una commissione di accesso agli atti per capire cosa accade ad Afragola, la città delle bombe e del clan invisibile, tra i più potenti della Campania.

 

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