Acqua pubblica, il voto tradito e le colpe di Draghi

Sono passati 10 anni dalla straordinaria vittoria del referendum dell’11 e 12 giugno 2011 per l’acqua pubblica. Era dal 1995 che non veniva raggiunto il quorum per un referendum. Un fatto politico importante anche a livello europeo. Il risultato più grande ottenuto dall’impegno dei movimenti per la difesa dei beni comuni. Il riconoscimento dell’importanza di nostra sorella acqua per le vite di tutte e tutti. 

L’acqua è un diritto, non una merce, ed è il bene più prezioso per la vita

Le pratiche con cui i movimenti per la difesa dei beni comuni hanno costruito il loro successo sono state determinanti: unità nella diversità, democrazia partecipativa, orizzontalità nelle relazioni, alleanze a geometrie variabili, processi di deliberazione collettiva. Un metodo che ha consentito di aprire la società italiana alle prime riflessioni sulla giustizia ambientale ed ecologica come elementi indispensabili per raggiungere l’equità sociale e la sostenibilità. Il movimento per i beni comuni attraverso il pluralismo e la riflessività ecologica ha dato vita in quella stagione a una società in movimento, capace non solo di interrogarsi sull’origine della crisi strutturali e sistemiche in cui siamo tutti immersi, ma anche di costruire alternative praticabili e replicabili. Il metodo, la chiarezza degli obiettivi e il linguaggio di quella stagione hanno contribuito con la loro fecondità e capacità a costruire connessioni, relazioni e reciprocità. La battaglia per l’acqua pubblica è riuscita a mettere in secondo piano il grigiore di una politica stretta tra un passato che non torna e le illusioni ipocrite, rivelatesi catastrofiche, di poter controllare un modello che per sua natura non riconosce limiti.

Acqua pubblica, dieci anni di promesse mancate

I quesiti, preparati da alcuni dei più importanti giuristi italiani, chiedevano al popolo italiano di votare sì alle due domande referendarie: 1) l’acqua deve uscire dal mercato; 2) non si possono fare profitti sull’acqua. Nonostante quasi tutti i partiti, le televisioni e la stampa fossero schierati per le privatizzazioni, 27 milioni di cittadini votarono due volte si. Una vittoria. 

A distanza di dieci anni niente è cambiato, purtroppo. Le responsabilità? Degli otto governi e parlamenti che si sono succeduti in questi anni. Sono loro che non hanno rispettato la volontà popolare espressa nel referendum. Qualcuno dice che la politica sia rimasta sorda. Invece ci sente benissimo. Ha fatto gli interessi delle lobby e dei più forti. Basta leggere gli utili – illegali secondo il referendum che società per azioni private che non avrebbero mai dovuto continuare a gestire il servizio continuano a fare sull’acqua pubblica.

A distanza di dieci anni niente è cambiato, purtroppo. Le responsabilità? Degli otto governi e parlamenti che si sono succeduti in questi anni

Perché solo il Comune di Napoli ha rispettato il voto e nessun altro ha voluto (o potuto?) seguirne l’esempio? Come mai il M5s che aveva proprio l’acqua pubblica come una delle sue cinque stelle ha fallito così clamorosamente? Quanto sono forti le lobby che tengono in ostaggio le nostre istituzioni? Perché di questa gigantesca illegalità non si parla? Il tradimento del voto referendario del giugno 2011 interroga la democrazia italiana e alimenta domande che non trovano risposte. Sicuramente sappiamo che quell’anno Mario Draghi da Presidente della Banca centrale europea (Bce), appena un mese dopo la vittoria referendaria scrisse al governo Berlusconi per chiedere di continuare a portare avanti un massiccio piano di privatizzazioni, infischiandosene del voto di 27 milioni di italiani. Oggi non dice nulla, ma ciò che pensa e farà lo scrive direttamente nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) italiano, regalando più di quattro miliardi alle multiutility del Centro-Nord per «gestire industrialmente» le acque al Sud Italia. La riforma chiesta da Draghi rappresenta un sostanziale obbligo alla privatizzazione. La retorica sui giovani, sul futuro, sulla Terra presa in prestito dai nostri nipoti, serve solo a distrarre da quelle che sono le scelte già operate e messe per iscritto da Draghi, con il consenso di quasi tutto l’arco parlamentare, che pure ha applaudito le due encicliche di Papa Francesco sull’ecologia integrale.

Quanta acqua ci resta?

L’acqua è un diritto, non una merce, ed è il bene più prezioso per la vita. E invece da dicembre 2020 l’acqua è quotata in borsa come qualsiasi altra merce. Controllare l’acqua e gestirla come fanno i privati seguendo le regole del modello economico capitalista produce guerre, povertà, disuguaglianze, tensioni sociali, contribuisce in negativo ai cambiamenti climatici, alle migrazioni ambientali e riduce la biodiversità. Continuare a privatizzare l’acqua espone la razza umana a rischi enormi, colpendo ulteriormente chi è già in difficoltà. Senza parlare dell’importanza dell’acqua come diritto umano durante i periodi di pandemia. Sono più di due miliardi le persone che ad oggi ancora non ne hanno accesso. 
In Italia, l’aumento delle disuguaglianze che va avanti ormai dal 2005, anno di inizio delle serie storiche Istat, è diretta conseguenza non solo dell’assenza di giuste politiche redistributive ma di un modello economico e culturale che produce miseria sociale ed è insostenibile in termini ambientali. Le ingiustizie ambientali rappresentano da più di un decennio la componente che maggiormente incide sull’aumento di disuguaglianze e povertà. Se non lotteremo per garantire che l’acqua diventi un diritto universale per tutti e tutte, le disuguaglianze e la povertà continueranno a crescere, insieme alle ingiustizie ambientali. È questo il vero, gigantesco tema eluso da chi siede in Parlamento.

Da lavialibera n°9 2021 – Picchio, dunque sono

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